Fraintendimenti e incomprensioni : i miti da sfatare – parte prima

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Fraintendimenti e incomprensioni : i miti da sfatare – parte prima

 

Veniamo spesso a contatto con notizie, informazioni, teorie e punti di vista contraddittori su alcune tematiche inerenti alla psicologia e al mondo interno : vediamo di fare luce su alcuni miti che persistono nel tempo, nonostante la loro inesattezza.

  • “Utilizziamo soltanto il 10% del nostro cervello, e la tecnica/programma/training XYZ permette di sfruttarlo appieno, con enormi vantaggi..”

L’origine di questa erronea credenza non è del tutto chiara, ma probabilmente è dovuta alle affermazioni di William James, famoso psicologo americano del XIX secolo, che assieme al collega Boris Sidis sviluppò un programma di educazione speciale per un bambino molto dotato (il figlio di Sidis). Dalle osservazioni fatte, i due ne desumettero che fosse presente una potenziale riserva cognitiva e intellettiva in ogni essere umano, abitualmente non utilizzata, senza considerare che invece si trattò molto probabilmente di un buon incontro tra capacità innate del bambino e un programma di apprendimento ben studiato. Perfino nell’introduzione del libro di Dale Carnegie “Come trattare gli altri e farseli amici” ( uno dei primi libri di auto-aiuto e best seller degli anni trenta e quaranta del novecento ) viene citato James e il mito delle risorse non utilizzate (Thomas, 1936). Più prosaicamente, si può ipotizzare che in passato i neurologi e gli psichiatri non conoscessero la funzione delle cellule gliali : sebbene il cervello possegga più o meno un centinaio di miliardi di neuroni, questo tipo di cellule (responsabili del supporto strutturale e del mantenimento dell’omeostasi, oltre che capaci di mielinizzare parti degli assoni e rimuovere sostanze patogene all’interno del tessuto cerebrale) si trovano in rapporto numerico di 10 a 1 rispetto ai neuroni (Herculano-Houzel, 2014). Se combiniamo questa informazione con l’assenza , fino a tempi recenti,  di diagnostica per immagini e funzionale, che permetta di osservare con precisione non solo la struttura ma anche il funzionamento del cervello, si può capire che per molto tempo quella componente essenziale sia stata ritenuta “non utilizzata”. Pertanto qualunque programma di allenamento o di “attivazione” del restante ipotetico 90% del cervello non produrrà nessun beneficio, se non altro per il fatto che quella parte è già attiva e (auspicabilmente) in perfetta efficienza.

IN BREVE : la percentuale è inesatta e basata su una conoscenza ancora rudimentale del cervello. Le cellule gliali, di cui prima non si conosceva la funzione, sono in numero decisamente superiore ai neuroni. Non esistono tecniche o strategie per sfruttare il presunto restante 90%.

 

Herculano-Houzel, S. The glia/neuron ratio: how it varies uniformly across brain structures and species and what that means for brain physiology and evolution, Glia, 2014 vol. 62 (9).

Thomas, L. in “How to win friends and influence people”, di Carnegie, D. , 1936

 

  • “Bisogna incentivare l’autostima per avere successo nella vita..”

Basandoci sulla cultura popolare che ci viene trasmessa e che tendiamo ad accettare a volte con poca capacità critica, è possibile sviluppare la convinzione che le persone dotate di autostima elevata siano capaci di migliori risultati scolastici ed universitari, abbiano più amici e conoscenti e siano, più in generale, in grado di funzionare meglio come membri della società. Questo ha prodotto, collateralmente, una florida letteratura di auto-aiuto e una abbondante proliferazione di corsi e terapie mirate ad aumentare l’autostima per ottenere successo e superare gli ostacoli che ancora ci separano dagli obiettivi che ci siamo posti, e perfino la progettazione di interventi di valorizzazione nella scuola elementare americana ( http://www.goodcharacter.com/YCC/AppreciatingYourself.html , ad esempio ). Purtroppo l’origine del fraintendimento pare risiedere nella confusione molto frequente tra correlazione e causazione, nonché tra causa ed effetto. Se prendiamo ad esempio un qualunque studio fatto sul legame tra livello di autostima e successo scolastico, è molto facile domandarsi se gli allievi più brillanti abbiano una migliore valutazione di sé proprio a causa dei loro successi scolastici e grazie a relazioni amicali gratificanti, anziché possederla a priori. Semplificando, è decisamente più probabile che la valutazione di noi stessi cresca in seguito ad esperienze positive e contesti valorizzanti, anziché essere presente fin dalla nascita e in grado di determinare quanto avverrà in seguito.  I programmi di miglioramento dell’autostima sono fortemente criticati proprio perché si basano su un assunto discutibile : quello per cui sia necessario valutarsi positivamente per ottenere soddisfazioni nella vita. Kohn (1994) descrive con grande ricchezza di informazioni la fragilità di questa prospettiva, citando anche i risultati della correlazione (bassissima se non inesistente) tra autostima elevata ed evitamento di tossicodipendenze e agiti antisociali, giusto per citarne alcuni ( si parla anche di gravidanze inattese, abuso di minori… ). Pertanto, anziché centrare gli sforzi nel miglioramento della valutazione di sé come obiettivo unico , forse potrebbe essere più utile incrementare le occasioni in cui poter dimostrare competenza e abilità, migliorare le competenze sociali e relazionali, sviluppare interventi capaci di dare alla persona un senso di agency ( agentività ) e, nel caso della scuola ad esempio, dare la possibilità anche agli allievi meno capaci e più ritirati di essere in grado di avere le proprie piccole vittorie. L’autostima migliora a partire da questi piccoli successi quotidiani, consolidandosi nel tempo e rendendo sempre più capaci di sfide ambiziose.

IN BREVE : una valutazione positiva di sé stessi si fonda su esperienze valorizzanti e contesti in cui ci si possa sentire competenti e adeguati. Il successo scolastico /accademico /sociale /sentimentale con ogni probabilità è causa di una buona autostima, e non effetto. I programmi focalizzati sull’autostima nei bambini e preadolescenti non producono risultati degni di nota.

 

Kohn, A. The truth about self esteem, Phi Delta Kappan magazine, numero di Dicembre 1994.

Programma di miglioramento dell’autostima nell’età K-5 ( dalla scuola dell’infanzia fino ai  10-11 anni di età )http://www.goodcharacter.com/YCC/AppreciatingYourself.html

 

  • “Dovremmo essere liberi di esprimere sempre la nostra rabbia, poiché trattenerla è dannoso..”

La rabbia è una di quelle emozioni primarie che più ci ricorda del nostro legame con il mondo animale. Secondo una prospettiva definibile come “positivista”, tanto più ci liberiamo di questo legame, spesso negandolo, e tanto più ci possiamo considerare evoluti e in grado di controllarci, ovvero non spinti ad agire per istinto. Il rovescio della medaglia di un così raffinato controllo e camuffamento degli impulsi belluini è però costituito da tutto ciò che si associa ad una repressione costante delle emozioni : ansia, depressione, persistente senso di frustrazione, spostamento della rabbia su oggetti o persone che non sono in grado di reagire o difendersi alla pari…

Nel 1959 Friedman e Rosenman, entrambi cardiologi, decisero di indagare una possibile correlazione tra patologie cardiovascolari e tratti della personalità, e distinsero due grandi tipi : quello A, energico e vitale ma in costante collera e particolarmente ostile, pertanto a rischio, e quello B, pacato e rilassato ma non per questo meno produttivo all’interno della società, e meno a rischio di malattia.

Naturalmente, una polarizzazione del genere umano in tipo A e tipo B sarebbe incompleta e molto inesatta, e così negli anni ’80 venne aggiunto il profilo del tipo C (cancer-prone , ossia predisposto alle neoplasie maligne), incline a trattenere ogni manifestazione emotiva e ad aggredire passivamente, e più di recente perfino il tipo D, con prevalenza di tratti nevrotici (tendenza all’ansia e alla preoccupazione ma in particolar modo a percepire negativamente la maggior parte delle situazioni e delle emozioni) e cronicamente a disagio. Se questa tipizzazione pare insoddisfacente, si può notare che anche due studiosi cecoslovacchi (Blatný e Adam, 2008), revisionando gli studi sui profili di personalità in rapporto ad alcune patologie, considerassero poco solida questa suddivisione, specialmente dal punto di vista metodologico, basandosi anche sul fatto che la correlazione tra tratti di personalità (ovvero caratteristiche stabili e permanenti nel tempo) e manifestazioni di malattia fosse bassa o poco chiara.

Di questi quattro tipi, l’unico che si autorizza a esprimere rabbia è quello A, che però è predisposto ad infarti, vasculopatie, aritmie, insufficienze cardiache..etc, mentre gli altri due ad eccezione del B trattengono all’interno o esprimono in maniera insoddisfacente. Parrebbe quindi logico concludere che l’espressione della rabbia sia necessaria ma dannosa : se manifestata troppo spesso è dannosa tanto quanto il caso in cui venga repressa di continuo.

Dal momento, però, che ci troviamo in un contesto sociale che certamente valorizza l’espressione degli impulsi aggressivi e antisociali, è il caso di porre l’attenzione sul fatto che tale comportamento reiterato non produce nessun effetto benefico ; in altre parole, esprimere il dissenso con una aggressione diretta (con urla, vocalizzi, distruzione di oggetti o proprietà, minacce, attacchi fisici e così via) non fa altro che rinforzare la rabbia anziché estinguerla, dal momento che l’espressione non ha nessun valore catartico (liberatorio) e viene rinforzata dall’abitudine. Sono presenti molte strategie più utili e risolutive del temporaneo sollievo portato dall’aggressione, e tra tutte sicuramente l’identificazione del trigger (di ciò che innesca la rabbia) e lo stato d’animo associato risulta più tranquillizzante e meno dannoso per sé stessi e gli altri, oltre che l’apprendimento di uno stile comunicativo più diretto ma rispettoso dell’altro, per poter esprimere contrarietà quando opportuno, evitando sia di esternare violentemente che di trattenere per insicurezza o disagio.

IN BREVE : la rabbia è una delle emozioni primarie del genere umano e sicuramente quella che più ci ricorda del nostro legame con il mondo animale. Sono stati tipizzati quattro profili di personalità che si basano su una associazione, poi risultata fragile, tra tratti e rischio di patologie cardiovascolari e neoplastiche. L’espressione violenta e costante della rabbia non è risolutiva, così come il trattenimento delle emozioni negative e la negazione del conflitto. Esprimere la rabbia pensando di migliorare la propria condizione di salute è errato e non liberatorio, poiché subentra rapidamente un processo di abituazione che ne vanifica i possibili effetti positivi. Una comunicazione chiara e diretta, con la consapevolezza di cosa ci ha fatto arrabbiare in rapporto al mondo interno e alla propria personalità, risulta nel lungo termine unica soluzione efficace e punto di equilibrio tra repressione ed espressione priva di contenimento.

 

Blatný M., Adam Z. Type C personality (cancer personality): current view and implications for future research. Vnitrní Lékarstv., 2008, vol 54 (6), pagg 638-645

Bushman, Brad J. Does Venting Anger Feed or Extinguish the Flame? Catharsis, Rumination, Distraction, Anger, and Aggressive Responding.Journal of Personality and Social Psychology. 1999, vol 28 (6), pagg 367-376

Friedman, M. Rosenman, R.H. Association of specific overt behavior pattern with blood and cardiovascular findings; blood cholesterol level, blood clotting time, incidence of arcus senilis, and clinical coronary artery disease.Journal of American Medical Association. 1959, vol 169 (12), pagg 1286–1296.

Pedersen, W. C., Bushman, B. J., Vasquez, E. A., & Miller, N. . Kicking the (barking) dog effect: the moderating role of target attributes on triggered displaced aggression.Personality and Social Psychology Bulletin, 2008 vol 34 (10), pagg 1382-1395

 

 


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