Per una psicologia che esca dai salotti (e guardi più spesso dalla finestra)

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Per una psicologia che esca dai salotti (e guardi più spesso dalla finestra)

 

Non è facile, ma è indispensabile, estraniarsi per un momento dalle dispute teoriche e dai conflitti tra scuole di pensiero diverse all’interno del panorama della conoscenza e della ricerca psicologica e sociale.

È indispensabile poiché l’essere umano che soffre o che lotta per il proprio benessere dovrebbe essere sempre il focus della nostra attenzione, mentre spesso si parla di pazienti per riferirsi soltanto a sé stessi.

Quando ogni dramma e peripezia umana viene semplificata e resa materiale utile per pubblicazioni, interventi, partecipazioni televisive che hanno come unico protagonista non il disagio altrui e il tentativo di insegnare umilmente a dare un senso al dolore, ma lo psicologo o lo psicoterapeuta  che con spiccata favella dimostra quanto sia acculturato esibendo tutto il suo nozionismo accademico, declinato in citazioni di autori maggiori, minori e perfino stranieri, allora ci stiamo dimenticando di qualcosa (e di qualcuno di essenziale), che è l’Altro.

In parole più semplici, si sta facendo un uso salottiero della conoscenza psicologica, anziché metterla a servizio del benessere collettivo.

Credo e spero che almeno la mia generazione sia più consapevole del fatto che per quanto il salotto possa affascinare, con i suoi soprammobili di valore antiquariale, le sete, gli argenti e i ritratti che raffigurano qualcosa di fuori dal tempo, sia indispensabile guardare fuori dalla finestra, almeno di tanto in tanto, e rendersi conto di quale sia la società che ha bisogno di noi, e quale linguaggio usare per poter comunicare efficacemente con essa.

Raccogliere l’eredità, quindi, ed integrarla con la contemporaneità. Per costruire un ottimo futuro è necessario partire da un ottimo momento presente, e ripeterlo a tempo indeterminato. Avere il coraggio di rimanere mossi dalla sofferenza così come dalla gioia, ricordando che questo lavoro è preminentemente una esperienza umana, che diventa inefficace ed attaccabile solo quando si tramuta in formalismo, ritualità, liturgia.

Concludo questo breve pensiero che spero possa orientare il mio lavoro con una citazione dal libro di Alice Sebold, “Amabili resti” :

“The living room seemed to be where no living ever actually occurred”

(Il salotto pareva essere il luogo in cui nessuno avesse mai vissuto)

Grazie per qualunque contributo vogliate apportare a questo spazio di condivisione.

 

Sebold, A. Amabili resti , 2002, E/O Editore


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