Così gentile da essere invadente : il legame poco noto tra sollecitudine e rabbia

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Così gentile da essere invadente : il legame poco noto tra sollecitudine e rabbia

 

Che sia un parente stretto o una collega di lavoro, tutti quanti possiamo pensare ad almeno una persona particolarmente sollecita e gentile. Diciamo un po’ troppo gentile. Estremamente prodiga di raccomandazioni e premure. Ci dice cosa dovremmo fare quando ci troviamo in difficoltà, ci regala con regolarità oggetti e oggettini ed oggettoni, è il primo (o la prima) ad anticipare proattivamente i nostri bisogni (pensando attraverso i suoi) e ogni lieve malanno fisico si trasforma in una occasione di cura in grande stile, che farebbe quasi ritornare dall’aldilà Florence Nightingale (capostipite dell’assistenza infermieristica,ndr) per fare i complimenti.

Eppure, nonostante tutta questa pomposa cortesia, capita che ciò che il recettore di tutte queste attenzioni provi sia fastidio anziché profonda gratitudine, come sarebbe lecito aspettarsi.

 

Come mai accade questo?

 

Cerchiamo di chiarire subito : esistono gesti di accudimento e di cura che sono assolutamente appropriati, e anzi direi che la maggior parte di questi vengono messi in atto con il fine ultimo di portare aiuto e sollievo alla persona che li riceve, o per dimostrare amore e gratitudine. Aprire la porta ad una signora o fare spazio in autobus per far sedere un anziano sono gesti apprezzabili e costituiscono un ottimo “lubrificante” per le relazioni sociali e amorose, oltre ad avere molte altre funzioni di cui non parlerò direttamente in questo articolo. Molti gesti cortesi rappresentano davvero una empatizzazione con i bisogni dell’altro.

Occupiamoci però, in questo contesto, di quel tipo di gentilezza ritualizzata, esibita, inflessibile. Quel tipo di cortesia che proviene dalle persone perennemente sorridenti, che se interpellate rispondono di non provare mai rabbia o malumore. In linea molto generale…

 

Chi sostiene di non provare mai una determinata emozione probabilmente si sta da essa difendendo 

 

Sostenere di non provare mai rabbia (o tristezza, o disperazione…) non significa affatto che la rabbia non sia presente, ma semmai che è tenuta fuori dalla coscienza per diverse ragioni :

  • La principale è legata al fatto che in molti contesti ed ambienti sociali esprimere la rabbia e le emozioni “sporche” non è accettato, pertanto esistono regole non scritte che prevedono la repressione delle manifestazioni aggressive e il disprezzo di chi trasgredisce la regola.
  • Una ragione secondaria ha a che fare con l’ideale dell’Io, ossia (in termini molto semplici) dal possibile conflitto che si verrebbe a creare tra come noi vorremmo essere idealmente e come effettivamente siamo. Prendiamo l’esempio di una donna che aspira ad essere (implicitamente od esplicitamente) una dolce e delicata fatina del bosco : certamente la fatina del bosco non potrà tirare un calcio al suo motorino inveendo al cielo per la batteria scarica, perché questo non è ciò che fanno le creature dolci e delicate. Pertanto potrebbe reprimere la rabbia, o rimuoverla del tutto, poiché esprimerla farebbe confliggere in modo troppo evidente l’ideale dell’Io con l’Io vero e proprio.
  • Una motivazione terziaria ha a che fare con certi stili educativi dei tempi passati che giocavano tutta la loro dialettica interna sul dualismo perpetuo : buono e cattivo, giusto e sbagliato, azioni cristiane e peccati demoniaci. Frasi come “Se vuoi bene alla mamma non ti devi arrabbiare più” o “Le bambine buone non alzano mai la voce” potevano essere messaggi verosimili atti a instillare il senso di colpa per essersi anche solo avvicinati alla possibile espressione di emozioni negative e sentimenti ostili. Dato che i bambini e le bambine diventano uomini e donne, ma i danni degli stili educativi sono spesso permanenti, ecco allora una generazione (o più) di persone che sì, apparentemente sonomeglio educate, ma spesso inconsapevoli di tutto ciò che reprimono, rabbia compresa.

 

A questo punto, e anche alla luce di queste motivazioni (che sono tre in modo del tutto arbitrario e solo per questione di brevità), risulta più facile capire che..

 

I gesti di rituale cortesia, di permanente incessante attenzione ai bisogni altrui, di sollecitudine non richiesta sono un modo socialmente accettabile (e apparentemente inattaccabile) di esprimere collera o rabbia

 

Se a questo punto vi starete chiedendo come sia possibile che una persona arrabbiata riesca a convertire la rabbia in “preziose” attenzioni per gli altri, introduciamo il concetto di

 

 formazione reattiva

 

La formazione reattiva è un meccanismo di difesa (potete leggere un approfondimento su tutti i meccanismi di difesa qui) che prevede la manifestazione di un comportamento opposto alla pulsione dalla quale ci si intende difendere. Ad esempio, una persona con una umiltà esibita di continuo potrebbe coprire una ambizione smisurata, o una eccessiva pudicizia potrebbe coprire il desiderio di esibizionismo e volgarità.

Il meccanismo della formazione reattiva si può esemplificare in forma tripartita e semplificata, in questo modo :

  1. L’Io ha la percezione inconscia dell’emersione di sentimenti legati all’odio, alla distruttività, alla collera, alla vendetta..
  2. Tali emozioni e sentimenti, e la loro potenziale espressione, sono percepiti come pericolosi poiché potrebbero danneggiare i rapporti sociali e perfino far rischiare la perdita dell’affetto altrui
  3. Il meccanismo inconscio di difesa permette di camuffare queste emozioni e questi sentimenti con un comportamento opposto : atti d’amore, gratitudine, attenzioni, atteggiamenti concilianti..

 

Una buona domanda da porsi adesso potrebbe essere…

 

Com’è quindi possibile distinguere la vera gentilezza da un atteggiamento nevroticamente difensivo e che non c’entra nulla con il nostro benessere?

 

Alla quale si potrebbe rispondere ricordando che i meccanismi di difesa, se risultassero infallibili nella loro funzione protettiva, non richiederebbero il sacrificio di molte risorse, e  sarebbero sempre adattivi e indistinguibili dal comportamento deliberato (ossia non difeso). Nel caso di una gentilezza che viene da una formazione reattiva conseguente al pericolo percepito nell’espressione della rabbia, si può notare che sia presente un certo tratto di rigidità, inflessibilità e iperattenzione e che inoltre (curiosamente o forse no) i risultati raggiunti da tali comportamenti accuditivi e prosociali siano opposti a quelli coscientemente desiderati.

Ed è per questo che può insorgere in noi irritazione e fastidio quando invece “dovremmo” provare gratitudine, affetto, stima, considerazione. Queste sensazioni spiacevoli sono null’altro che una piccola parte di quelle sensazioni che la persona prova ma dalle quali si difende, abilmente camuffate e verniciate in modo brillante.

Laocoonte ammoniva i troiani con parole argute, in un celebre passo dell’Eneide, dicendo loro :

 

timeo Danaos et dona ferentes

(temo i greci e i doni che ci portano)

 

riferendosi al fatto che non bisogna fidarsi di chi porta doni inaspettati, a sorpresa (in questo caso si parlava del cavallo di Troia), tanto meno se questi sono riconosciuti come nemici.

Ebbene, forse nella vita quotidiana di nemici veri e propri non si tratta, ma di persone così buone, così cortesi, così immacolate da sembrare innaturali. Bisogna forse temerle? Certamente no, ma domandarsi con curiosità cosa possa celarsi dietro un comportamento manifesto, ed ascoltarsi, poiché le proprie reazioni possono davvero essere utili a discriminare ciò che sia vero affetto da ciò che invece sia un attacco mascherato da affettata gentilezza.

 


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