Avere figli rende davvero più felici?

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Avere figli rende davvero più felici?

 

Tra fecondazioni assistite, gravidanze nella terza età per merito della scienza e continuo bombardamento mediatico di pubblicità di prodotti per l’infanzia, è condivisibile poter pensare che i figli costituiscano ancora una delle preoccupazioni primarie del genere umano. Che siano essi un prolungamento identitario, o un modo per dare un senso alla propria vita, o ancora siano simbolo di una raggiunta parità sociale (come nel caso delle adozioni da parte delle coppie omosessuali o dell’adozione del figlio del partner), i bambini e le bambine che saranno futuri adulti sono l’oggetto di attenzione primario di un genitore per molti, molti anni.

La generatività all’interno di una coppia è una tematica vissuta in modo specifico a seconda dei membri che la compongono : può essere infatti ostacolata (da fattori biologici o da scelte personali), ignorata del tutto (non ponendosi il problema per molti anni), desiderata con passione (sentendosi genitori consapevoli già molto prima della nascita dei figli) o spostata verso altri aspetti dell’esistenza altrettanto gratificanti (o considerati tali).

Combinando il fatto che in Italia (e in tutto l’Occidente) il tasso di natalità è molto basso (8,84 nascite per 1000, nel 2014), le possibilità di lavoro sono limitate (impedendo di fatto il reperimento di risorse utili per i figli oltre che per sé stessi), l’età di prima genitura è in aumento consistente (30,7 anni) e che siano accessibili modelli culturali votati alla messa in discussione della generatività biologica come indispensabile (le cosiddette “coppie childfree”), si può capire quanto sia sempre più “eccezionale” (versus “ordinario”) avere figli.

 
 

Ma almeno questi figli, una volta nati, rendono davvero più felici?

 

 

Premettendo doverosamente che il concetto di felicità è quantomeno personale, possiamo passare in rassegna la letteratura recente, al fine di fugare i nostri dubbi (o validare le nostre speranze…) ; a tale proposito ho deciso di presentarvi ciò che sostiene un bell’articolo della British Psychological Society (“Think having children will make you happy?”), ossia che contrariamente al matrimonio, che produce un consistente aumento del benessere nel primo anno e per molti a venire, il diventare genitori non garantisce la stessa felicità. Per di più, ci sono consistenti evidenze che disconfermano ogni possibile legame tra presenza di figli e soddisfazione personale (Powdthavee,2008). I genitori, stando ai dati aggregati degli Stati Uniti ed Europa, si dichiarano meno felici della controparte senza figli (Alesina,2004), meno soddisfatti della propria vita (Di Tella, 2003) e del legame coniugale (Twenge,2003) e meno tranquilli dal punto di vista mentale (Clark e Oswald, 2002).

Ma allora cosa spinge uomini e donne a prefigurarsi l’essere genitore come qualcosa di rivoluzionario ed essenziale per la propria vita? Cosa influenza a tal punto da voler diventare madri a tutti i costi? Come mai ci si può sentire “imperfetti” se non ci si conforma ad un modello sociale (sempre meno incisivo, a dire il vero) che prevede per le donne la fertilità e per gli uomini la capacità di fertilizzare? Insomma, come mai ci si immagina spesso la vita futura con la prole come un qualcosa di meraviglioso e agevole e non si considera ad esempio la fatica, il dolore, la privazione di risorse, il senso di frustrazione del sentirsi un genitore inefficace?

Daniel Gilbert (2006) ha tentato di rispondere a questi interrogativi – che non sono certamente solo italiani – ipotizzando che la convinzione del fatto che i figli portino gioia si diffonda in maniera più efficace di quella in cui ci si aspetta che portino privazioni o sofferenze. Questo fenomeno di replicazione della credenza è anche possibile grazie al fatto che le persone che manifestano dubbi e reticenze a diventare genitori ed esprimono una prefigurazione negativa al riguardo, sono molto meno propense ad avere figli, e pertanto darwinianamente fanno sì che questa convinzione che metterebbe in discussione quella prevalente si estingua.

Schkade e Kahneman nel 1998 hanno proposto un’altra interessante teoria secondo la quale esiste una tendenza a focalizzarsi illusoriamente sulle proprie scelte, attribuendo ad esse la capacità di renderci più felici : l’idea di diventare genitori rende felice in quanto frutto di una scelta (se frutto di una scelta!), ma non appena tale decisione viene messa a confronto con la realtà quotidiana, si assiste ad un rapido crollo del benessere che si pensava di aver raggiunto. O, per dirla nei termini dei due studiosi, non è ciò che consegue una scelta, ma la scelta in sé, che rende illusoriamente felici.

 

 

Ma tutto questo non è incredibilmente deprimente?

 

 

Può anche sembrare deprimente, sì, ma è interessante capire cosa ci sia sotto ad alcune convinzioni che diamo magari per immutabili e razionalmente basate, per poter operare una scelta più consapevole, sulle questioni importanti così come su quelle di quotidiana rilevanza. E a proposito di vita quotidiana, come risulta possibile far quadrare il bilancio tra aspetti positivi e negativi dell’essere diventati genitori? In buona sostanza, ci dev’essere sicuramente qualcosa di intrinsecamente buono nell’avere figli..

Anche in questo caso, la tendenza a focalizzarsi illusoriamente sulle proprie scelte e la distribuzione dell’attenzione su aspetti diversi della vita personale permette di mantenere un bilancio tutto sommato neutrale. È anche riscontrabile, poi, che ci si immagina che rari ma significativi eventi abbiano la capacità di renderci incredibilmente felici : la prima parola di un bambino, il superamento brillante di un difficile esame, una importante vincita alla lotteria. Questi eventi è pur vero che ci rendono molto felici sul momento, ma tale felicità è destinata a durare poco ed è ampiamente sovrastata dall’influenza degli accadimenti della vita quotidiana, che per un giovane genitore sono spesso faticosi e frustranti in rapporto al figlio (o figlia).

Se riflettiamo poi sullo scenario ipotetico della vincita, possiamo renderci meglio conto di quanto, pur essendo stato un evento importante e ci abbia reso felici, la sua influenza sia progressivamente diminuita (dopo aver speso tutto quanto in vini pregiati e viaggi in mongolfiera non siamo più stupiti dagli agi che il denaro vinto può consentirci), ma possa essere prontamente ed esageratamente ripristinata se ci viene chiesto di ripensarci. Parimenti, l’attesa della nascita dei figli può averci reso illusoriamente felici, può auspicabilmente non averci reso troppo infelici quando ci siamo incontrati con la realtà dei fatti, ma la genitura viene altrettanto illusoriamente amplificata negli aspetti positivi se qualcun altro ce lo chiedesse. Questo pare essere un normale meccanismo di difesa e di tutela della propria autostima, specialmente quando essa è solidamente legata al ruolo di genitore.

Da queste riflessioni pare emergere il dato per cui ciò che è maggiormente influente nel benessere e nella soddisfazione personale è la qualità degli eventi quotidiani più che di quelli infrequenti, seppur di grande rilevanza. Mettere al mondo dei figli quindi non renderebbe più felici, e anzi esporrebbe a un peggioramento della qualità della vita e del benessere psichico, e questo solo considerando il rapporto educativo/accuditivo tra genitore e figlio, ed escludendo altri fattori come il lavoro (o la sua assenza), il rapporto con la famiglia di origine, la propria condizione fisica o il livello socioculturale. Pare quindi che diventare genitori non sia così idilliaco come viene culturalmente prescritto e prefigurato, tanto da farci pensare che solo una splendida illusione possa permetterci di diventare genitori.

Probabilmente così è, ma essere genitori è un lavoro a tempo pieno : uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo, destreggiandosi tra pannolini e frustrazioni, per consentire al genere umano di andare avanti almeno per i prossimi secoli.

 

Bibliografia e links :

Alesina, A., Di Tella, R. , MacCulloch, R. (2004). Inequality and happiness: are Europeans and American different? Journal of Public Economics, vol. 88, pagg. 2009–2042.

Di Tella, R., MacCulloch, R., Oswald, A.J. (2003). The macroeconomics of happiness. Review of Economics and Statistics, vol. 85(4), pagg. 809–827.

Gilbert, D.T. (2006). Stumbling on happiness. Harper Perennial, London.

Powdthavee, N. (2008). Putting a price tag on friends, relatives, and neighbours :  using surveys of life satisfaction to value social relationships. Journal of Socio-Economics, vol. 37(4), pagg. 1459–1480.

Schkade, D.A. , Kahneman, D. (1998). Does living in California make people happy? A focusing illusion in judgments of life satisfaction. Psychological Science, vol. 9(5), pagg. 340–346.

Twenge, J.M., Campbell, W.K. , Foster, C.A. (2003). Parenthood and marital satisfaction. Journal of Marriage and Family, vol. 65(3), pagg. 574–583

http://www.indexmundi.com

http://ec.europa.eu/eurostat

 


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