Di fronte al bullismo non basta solo riconoscere il problema : l’importanza del sapersi difendere

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Di fronte al bullismo non basta solo riconoscere il problema : l’importanza del sapersi difendere

 

Di bullismo e di prevaricazione tra adolescenti ormai abbiamo sentito parlare a lungo. Sono state spese molte parole, sono stati fatti studi anche di buona qualità metodologica e ogni dirigente scolastico di scuola superiore conosce il problema e saprebbe citare almeno un paio di episodi recenti.

Si può dire che nel tempo lo studio sulle cause che portano un ragazzo (o una ragazza) a diventare un prevaricatore e designare una o più vittime da perseguitare abbia compiuto passi avanti. La visione originaria del bullo era quella di un giovane con un deficit importante dell’autostima, che riusciva ad essere artificiosamente reintegrata attraverso l’influenza che si esercita su un soggetto più debole, e una mancanza di empatia, ossia della capacità di immedesimarsi nell’altro e comprenderne bisogni e paure.

La vittima invece è stata vista come una persona già emarginata in partenza rispetto alle dinamiche sociali di accettazione e integrazione, spesso vulnerabile per qualche caratteristica fisica o psichica, incapace di difendersi dagli attacchi. Tra le altre questioni, il ruolo degli stili educativi non è stato ritenuto fondamentale nell’emersione di tendenze antisociali, così come non ne è stato colto il nesso con la possibilità di diventare una vittima. In poche parole il bullismo è parso un fenomeno sociale più che una problematica quotidiana legata ad una mancanza di confini, ad una omessa educazione al rispetto dei bisogni altrui, alla distrazione parzialmente involontaria di insegnanti e genitori.

A mio avviso, lo studio delle cause (in senso più ampio) dovrebbe portare ad una maggiore conoscenza che possa costituire la base per interventi più efficaci e utili, piuttosto che rimanere il fine di ogni ricerca nell’ambito delle scienze umane. È giusto dibattere sui findings (su ciò che è stato scoperto dalla ricerca), ma è opportuno spendere subito queste acquisizioni per cercare una risposta al problema iniziale.

Proprio per questo motivo penso sia utile condividere il programma ideato dal Centro Multidisciplinare sul disagio adolescenziale dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, a cui anche il programma Le Iene si è interessato con un approfondimento in una recente puntata (di cui trovate il link qui, e che vi suggerisco di guardare) : questo centro si occupa indistintamente del bullo così come della sua vittima, attraverso un approccio integrato che risponde ai bisogni psicologici (di accoglimento, di riflessione, di cura e di ricostituzione del valore di sé distrutto..) e parallelamente anche a quelli di tutela dell’integrità personale, attraverso un training di autodifesa. Da una parte, quindi, ci si occupa della percezione di sé, delle proprie debolezze, del frequente senso di colpa legato all’essere una vittima, e dall’altra si impara a difendersi invece che ad attaccare, attraverso l’insegnamento di tecniche che hanno come effetto secondario anche quello di consentire alle vittime di sentirsi finalmente competenti, in grado di difendersi, non più deboli e passive. L’aspetto interessante di questo approccio è che preveda la possibilità, per il bullo, di partecipare allo stesso training di autodifesa per diventare un “difensore” dei ragazzi più deboli, alimentando positivamente l’autostima attraverso lo svolgimento di una funzione importante.

Questo tipo di intervento integrato è molto innovativo, a mio giudizio, proprio perché coniuga la presa in carico psicologica a quella autoconservativa in senso fisico, e permette alle vittime di sentirsi non soltanto capite, ascoltate, libere di esprimersi in un contesto protetto ma anche di apprendere qualcosa di utile e spendibile fin da subito per difendersi ed uscire progressivamente dal ruolo designato di persona da deridere, schernire, malmenare. Si esce quindi dal clima di intellettualizzazione che potrebbe crearsi con un intervento psicoterapeutico focalizzato sul singolo, che potrebbe anche risultare stigmatizzante facendo sentire la vittima fin troppo lucidamente consapevole della propria incompetenza ; in poche parole, il lettino psicanalitico per un adolescente, sia esso aggressore o aggredito, mi sembra alquanto inappropriato (oltre che dispendioso e inutile). Un intervento psicoanaliticamente orientato invece può risultare più efficace di uno puramente supportivo.

Le possibilità di creare interventi sulla falsariga di quello sopra citato sono moltissime e traggono lo spunto sia dall’analisi delle cause ma anche dalle necessità primarie dei soggetti deboli : si pensi alle donne vittime di maltrattamento, alle persone con disabilità fisica o psichica che possono essere oggetto di attenzioni inappropriate o perfino alla formazione professionale di figure che sono a stretto contatto con il rischio di aggressioni.

Il bullismo (e in massima parte anche la sua “versione online”, il cyber bullismo) non è un fenomeno puramente sociale : trova la sua concausa nei messaggi proposti dalla società, ma trae origine da modelli familiari di esposizione alla violenza, alla mancanza di empatia, al senso di impotenza che pare essere alleviabile soltanto picchiando o derubando qualcuno su cui si proietta tutto il proprio malessere. E di converso, le vittime crescono in famiglie che proprio come quelle del bullo, non si rendono conto del disagio dei figli, o perché troppo impegnate nella vita quotidiana o perché sorde nei confronti della sofferenza, e che talora comunicano l’implicito messaggio che difendersi equivalga ad attaccare, e ad essere quindi violenti e indesiderabili.

Se a ciò intersechiamo le caratteristiche proprie dell’adolescente, che vede l’accettazione dal gruppo dei pari come equilibratore della propria autostima (“se per farmi accettare devo picchiare qualcuno, lo picchierò anche se non mi sembra opportuno, perché ci tengo davvero tanto che gli altri non mi considerino uno sfigato”) e la tendenza della società contemporanea a sollecitare all’azione non pensata (una pubblicità Nike molto famosa diceva “just do it”, “fallo e basta”, perché probabilmente se prima di farlo ci si pensasse non si farebbe..), è facile capire come per un giovane la violenza sia accessibile e identificabile come appropriata, non punibile, priva di conseguenze. Uno stile genitoriale votato al disimpegno, un ambiente scolastico generalmente caratterizzato da ottundimento emotivo e indifferenza rispetto alla qualità delle relazioni tra alunni, la valorizzazione della violenza come spettacolo e mezzo per farsi accettare sono le cause primarie che contribuiscono a fertilizzare il terreno per l’emersione del bullismo, che attualmente non presenta più grandi differenze nella proporzione tra maschi e femmine, tra benestanti e disagiati, tra intelligenti e meno brillanti.

In sintesi, pare proprio che il modo più efficace di rispondere al bullismo sia quello di trovare una via di mezzo tra il “porgi l’altra guancia” di evangelica memoria e la “legge del taglione” (occhio per occhio, dente per dente). E a proposito di occhio, è sempre auspicabile rimanere quanto più possibile vigili rispetto alla violenza e alla prevaricazione, poiché si legittimano e si consolidano sotto l’egida dell’omertà, del “non voglio vedere”, del “non sono affari miei”. Ci proviamo?

 


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