Il rapporto col nostro corpo : come lo percepiamo, come vogliamo che sia (parte I)

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Il rapporto col nostro corpo : come lo percepiamo, come vogliamo che sia (parte I)

 

Il rapporto con il corpo inizia nel momento in cui veniamo al mondo, in cui ci separiamo forzatamente dalla fusione fisica con la madre. Questo corpo inizialmente grinzoso, fragile e ancora privo di lineamenti e fattezze definiti, ci permette di comunicare con chi ci sta intorno e legge i segnali che esso invia. Non soltanto vocalismi, pianti e urla ma anche sorrisi, sguardi prolungati nel momento della nutrizione, manifestazioni di disagio o benessere. In buona sostanza, per lungo tempo il corpo ha funzioni soltanto strumentali : tra le più importanti quella di comunicare, interagire con il mondo, permettere di spostarci e di percepire attraverso i sensi. In seguito la maturazione biologica e intellettiva permette l’emergere di un senso più strutturato della propria corporeità : attraverso l’esperienza capiamo cosa sia gradevole e sgradevole, cosa possiamo ritenere piacevole e desiderabile, cosa il nostro corpo possa fare in relazione ad altri corpi. Il passaggio sicuramente più importante da evidenziare in questo contesto è quello che permette di valutare il nostro corpo e il nostro aspetto in rapporto agli altri (ai pari) e collocarci su una ipotetica linea continua che ha come polarità opposte l’essere attraenti e il risultare ripugnanti agli occhi altrui.

Questa autovalutazione inizia a fare capolino nel momento in cui il bambino (o la bambina) si confronta con i propri pari ed inizia a definire sé stesso e gli altri attraverso una aggettivazione molto personale (“io sono un bambino biondo e intelligente, tu sei una bambina castana e vivace”), spesso mutuata dai giudizi altrui (specialmente quelli dei genitori) ; si tratta del primo tratteggio di quella che sarà poi una componente fondamentale dell’autostima, ovvero il rapporto con il proprio aspetto fisico. L’autostima, ossia la valutazione che abbiamo di noi stessi in base a molteplici qualità e caratteristiche, si basa anche su come noi percepiamo il nostro corpo sia dal punto di vista funzionale (sano, malato, atletico, indebolito..) che estetico (bello, brutto, flaccido, tonico..).

Talvolta si tende a sottovalutare l’influenza delle esperienze precoci nella genesi di vulnerabilità legate ad una bassa autostima, ma i messaggi che abbiamo ricevuto da piccoli sono in realtà molto importanti nel poterci definire oggi in maniera prevalentemente positiva (o negativa).

Questa definizione equilibratamente positiva però risulta essere l’esito auspicabile di un incrocio congruente con altri messaggi ricevuti ed esperienze fatte nel corso dell’adolescenza e dell’età adulta. Non soltanto una buona valutazione da parte delle figure importanti dell’infanzia, ma anche (in forma esemplificativa) :

  • esperienze sociali precoci di accettazione e valorizzazione
  • …un buon riscontro dal gruppo dei pari (amici, compagni, conoscenti) che permette di iniziare a considerarsi “attraenti a sufficienza”
  • l’assenza di problematiche legate all’esclusione e alla marginalizzazione per cause dichiaratamente legate al proprio aspetto fisico
  • …una facilità nello stringere amicizie, rapportarsi con chi ci piace senza da questi esserne rifiutati

Tutti questi aspetti, con la loro coerenza nel tempo, permettono di ottenere una buona valutazione di sé in merito al proprio aspetto e al proprio corpo, di fatto impedendo l’emersione di importanti problemi al riguardo, non fosse che…

  

… la realtà è più complicata di ogni teorizzazione…

 

…ed è quindi molto improbabile che nel corso della vita una persona riceva costanti conferme positive (o neutralmente benevole) riguardo al suo aspetto. Che succede quindi se i messaggi risultano contraddittori tra loro?

Trattandosi solo di un facet (di una sfaccettatura) dell’autostima, può essere ragionevole pensare che la valutazione di sé si mantenga abbastanza positiva anche appoggiandosi ad altre qualità e caratteristiche, come ad esempio l’intelligenza, o la socievolezza, o la compassione, o la simpatia. D’altronde se tutta l’autostima fosse basata sulla valutazione propria ed altrui del corpo, ci ritroveremmo schiacciati in una sola dimensione che non considera gli aspetti meno visibili ed altrettanto essenziali della nostra persona.

 

Un momento! Ma questo non è ciò che sta accadendo da circa cinquant’anni?

 

 In buona sostanza sì, ma anche non del tutto : aggiungiamo un ulteriore livello di complessità costituito dalla congruenza con i modelli di fisicità ritenuti socialmente desiderabili. A questo punto è indispensabile quindi confrontarci non solo con noi stessi e con le nostre esperienze precoci, ma anche con la società dell’immagine e del prodotto commerciale, che si prende la responsabilità di ricordarci come dovremmo essere fatti per essere felici, attraverso l’inserimento inconsapevole in un girone dantesco di dinamiche narcisistiche (di cui però non parlerò in questo articolo).

Prima, parlando dell’infanzia, ho parlato di aggettivazione , termine con cui intendo l’attribuzione di etichette con una connotazione valoriale (bello quindi gradito, brutto quindi sgradito…) il cui significato è condiviso dal proprio gruppo di appartenenza e facilmente comprensibile. Vorrei però ora introdurre il concetto di oggettivazione , formalmente diverso dal precedente solo per una vocale ma che in realtà ha significato molto diverso. Il processo di oggettivazione è quella tendenza a percepire sé stessi come un oggetto anziché come un essere umano, che porta ad una alienazione dall’esperienza diretta del proprio corpo per passare ad una “visione dall’esterno”, nel tentativo di immedesimarsi nella prospettiva percettiva degli altri.

 

Sì, ma in linguaggio semplice che cosa vuol dire oggettivarsi?

  

Faccio un esempio molto semplice di cosa possa essere l’oggettivazione : siamo in una cabina di prova di un negozio di abbigliamento e ci guardiamo allo specchio, in veduta frontale, posteriore, laterale, obliqua. Fin qui nulla di particolare. Succede però poi che automaticamente nella nostra testa parta un pensiero tipo…

 

“Chi mi vede da dietro con questi pantaloni noterà i miei glutei bassi”

 

oppure

 

“Ho le gambe troppo magre per potermi permettere questi pantaloni. Se qualcuno me li vedesse addosso mi chiederebbe dove ho preso il coraggio di indossarli!”

  

Ecco esemplificato il processo di oggettivazione ! Premesso che i pantaloni hanno come funzione primaria quella di coprire gli arti inferiori per un tempo ragionevolmente lungo, chi ci impedisce di comprare un paio di pantaloni di un colore e di una fattura che troviamo gradevole? Il giudizio altrui, o quanto meno ciò che pensiamo possa esserlo, in base all’assunzione di una prospettiva esterna in riferimento a noi stessi.

Se il nostro corpo diventa un oggetto da perfezionare, mutare, esibire, nascondere, allora la chirurgia estetica, il Photoshop, le diete e la palestra come compulsione acquisiscono un reale senso. È necessario un naso perfettamente dritto per vivere serenamente, innamorarsi, essere amati, avere figli? Probabilmente no. Ma se la precondizione necessaria per ottenere tutto ciò è conformarsi ad un modello ideale a cui avvicinarsi, considerando il nostro corpo come un agglomerato di pelle,ossa, organi e fluidi biologici, allora un naso perfettamente dritto è soltanto uno dei requisiti sempre più fondamentali per una vita normale.

La modificazione fotografica attraverso software di manipolazione delle immagini è un altro segnale inequivocabile di oggettivazione corporea : la realtà non viene accettata per come è, nelle sue qualità positive così come negative, ma viene artificiosamente allineata ad un ideale che in momenti storici precedenti era incarnato soltanto da pochissimi (o pochissime) fortunati. Si potrebbe ironicamente dire che cento anni fa, o anche soltanto settanta, chi era attraente lo era per buona genetica, pertanto lo era “genuinamente”, senza artifici chirurgici o fotografici. Le persone di aspetto ordinario si accontentavano di non avere un seno così florido, o un corpo così muscoloso, o una mandibola così definita senza ritenersi vittime di un destino cinico e baro che le avrebbe rese incapaci di ogni benchè minimo momento felice.

Nella società dell’influenza mediatica contemporanea passa il messaggio implicito che tutti quanti dovrebbero non solo conformarsi ad un modello commerciale, ma anche che è un diritto e una realistica possibilità quella costituita dalla modificazione di sé stessi fino all’inverosimile : la perfezione fisica diventa un dovere e un diritto. Risulta quasi scontato sottolineare come ciò abbia contribuito alla creazione di un lussureggiante mercato di beni e servizi che rispondono a domande inventate ad hoc per potervi dare pronta risposta con soluzioni dall’efficacia non sempre garantita.

Sarebbe davvero indispensabile la crema antirughe che costa come lo stipendio di un manovale se si ritornasse per un momento dall’oggettivazione (“la compro così sembrerò più giovane, e gli altri mi vedranno più giovane, e sarò meno triste”) all’appropriazione gioiosa del proprio corpo, nei suoi difetti e nei suoi pregi? La cellulite sarebbe ancora un problema se non ci fosse un pubblico immaginario (interiorizzato) che punta l’indice sulle parti meno sode delle gambe?

Prendersi cura di sé stessi rimanendo consapevoli dell’influenza che la società può avere sulla percezione e valutazione del nostro corpo è un atto di amor proprio. Può essere divertente e gratificante, purché alla luce della possibilità : voglio correre fino a ritenermi soddisfatto o fino a dimagrire a tal punto che assomiglio davvero alla modella di Vogue?

Ma quelli che esagerano allora, chi sono? E perché lo fanno? Come facciamo a tracciare una linea demarcativa tra il piacersi e l’oggettivarsi dolorosamente senza mai sentirsi a proprio agio?

 

Nella seconda parte tenteremo di dare risposta a tutto ciò!


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