Una riflessione sui colloqui gratuiti e gli interventi pro bono

Una riflessione sui colloqui gratuiti e gli interventi pro bono

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In questo periodo di isolamento forzato collettivo, per causa di una pandemia, è indubbio che l’equilibrio psichico di alcune persone più in difficoltà sia molto compromesso. Se escludiamo le prestazioni di natura psichiatrica (che sono garantite dagli Ambulatori di riferimento sul territorio) , poco o nulla viene offerto dal punto di vista della gestione “domestica” delle angosce, delle preoccupazioni, dei sintomi depressivi o ansiosi. Il sistema sanitario, in poche parole, palesa la sua mancanza di risorse spendibili per intercettare, prevenire e contenere il malessere della popolazione. Sia che si tratti di persone con una diagnosi già nota, sia che invece proprio la condizione di isolamento e di adattamento ad una vita quotidiana molto modificata faccia emergere fragilità e sofferenze, risulta difficile garantire a chi ne ha bisogno uno spazio di apertura, ascolto e
contenimento delle preoccupazioni. Per fortuna, l’iniziativa privata tenta di colmare il vuoto tra il bisogno e l’offerta. Ed è proprio in queste occasioni che riaffiora una delle questioni più spinose e caratterizzanti del nostro lavoro…
 

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Lo psicologo che lavora gratis è diventato in sostanza un topos dello scenario professionale in cui andiamo ad operare, una situazione replicabile indefinitamente che produce sempre lo stesso esito : la svalutazione della categoria tutta.
Vorrei però approfondire il concetto di gratuità nel lavoro dello psicologo, le sue implicazioni e possibili spiegazioni a questo atteggiamento che se ad un primo sguardo pare essere pieno di filantropismo, porta con sé molti aspetti critici su una prospettiva temporale più ampia.
 
 

La prestazione gratuita versus l’assenza di un compenso

 
 
Rimaniamo sulla situazione che al momento fa parte della nostra vita quotidiana, ossia la condizione di isolamento domestico e di adattamento forzato a regole e disposizioni sugli spostamenti, sul lavoro, sulle norme igieniche. Alcune persone si trovano a casa da sole, altre con la famiglia, altre ancora si rendono conto che, tempo addietro, avevano anche scelto un fidanzato/fidanzata (o moglie/marito), la cui presenza nello stesso spazio di vita è proprio innegabile..
Questo può portare all’emersione o all’aggravamento di problemi che fino ad oggi potevano essere spostati o in parte evitati attraverso la distanza fisica, l’affaccendamento in attività esterne, l’investimento del proprio tempo nel lavoro o nelle proprie passioni. Senza dimenticare la scuola sospesa, che costringe gli studenti (nonché figli) a passare tutto il tempo a casa. Per maggiore completezza potremmo poi menzionare I disturbi alimentari, gli stati di apprensione per la propria salute, I caregivers senza supporti esterni… la lista è davvero ampia.

 

Gli ambiti di intervento sono numerosi e ognuno di questi richiede una progettazione puntuale e sensata per risultare efficace per l’utenza di riferimento

 

Ecco quindi che entrano in scena le competenze di intervento psicologico, spese con il supporto delle più recenti tecnologie di comunicazione a distanza : videochiamate, colloqui di gruppo online, numeri telefonici di supporto sulle 24 ore ed altre strategie sensate per raggiungere le persone in difficoltà e fornire un aiuto.
Questo implica uno sforzo ideativo nonché esecutivo del singolo o di più colleghi per ipotizzare, sperimentare e infine implementare l’intervento in forma concreta per proporlo alla collettività. Molto tempo può essere necessario per modellare un progetto che funzioni, produca risultati dimostrabili e riesca nel minore tempo possibile a ripristinare una condizione di relativa stabilità nella persona in sofferenza.
L’impegno e le risorse creative sono abbondanti, ma sorge una domanda :

 

chi paga per tutto questo?

 

 

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Certamente non io, queste mi servono per il carrello del supermercato..

 

 

Dietro a questa domanda si intravedono un paio di risposte possibili, cone le relative implicazioni di cui parleremo più avanti :

  • Il singolo o un gruppo di psicologi/psicoterapeuti riceve da una committenza (un ente, una associazione, una fondazione…) l’incarico di creare un progetto di intervento con la finalità di migliorare la qualità della vita delle persone attualmente confinate a casa, valutandola durante e dopo il periodo di trattamento a distanza, mettendo a disposizione fondi che permetteranno alla popolazione target di non pagare nulla ma altresì consentirà al team di lavoro di coprire tutte le spese ed essere adeguatamente compensato per il tempo e le risorse spese.
  • Il singolo o un gruppo di psicologi/psicoterapeuti decide di proporsi autonomamente per fare la stessa cosa di cui sopra, ma senza una committenza, chiedendo a chi si giova della prestazione un compenso prestabilito in accordo con le possibilità di spesa, al momento generalmente limitate.
  • Il singolo o un gruppo di psicologi/psicoterapeuti organizza – come negli scenari precedenti – un intervento sulla popolazione target senza chiedere compenso alcuno, per finalità promozionali o con l’idea di creare un aggancio con la possibile utenza attraverso la gratuità.

Se la prima ipotesi è quella migliore, una situazione win-win, in cui le persone che necessitano di supporto sono esentate da costi diretti per un periodo limitato di tempo (ossia la durata del progetto) ma allo stesso momento chi lavora e spende il suo tempo per gli altri viene riconosciuto e pagato , la terza è decisamente la peggiore e a quanto vedo anche una delle più ricorrenti, mentre la seconda talvolta non produce risultati attesi.

In questo momento storico sono dell’idea che alcune prestazioni possano essere gratuite per le persone in difficoltà, o implicare il pagamento di una cifra simbolica, ma che sia autolesivo e svalutante per la categoria tutta pensare di rinunciare a un compenso per tutto l’impegno e le risorse profuse.

 

Il lavoro senza un compenso ha il nome di volontariato

 

Cari Colleghi, ricordate quel lungo periodo in cui abbiamo prestato servizio nelle Asl o nelle strutture sanitarie senza ricevere nessun compenso?

 

 

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“Cinque minuti di pausa e torno a somministrare il Rorschach”

 

Il periodo a cui mi riferisco è il tirocinio obbligatorio formativo e professionalizzante, un momento della vita che non si conclude con l’anno post lauream ma, nel caso in cui abbiate deciso di specializzarvi, per altri quattro (4) anni prima del diploma. Non ci sembra un tempo ragionevolmente congruo in cui riflettere sul senso del proprio valore all’interno di una organizzazione e della società tutta?

Per chi non fosse addetto ai lavori, riassumo in breve : dopo i cinque anni di studi è necessario lo svolgimento di un tirocinio di mille ore (un anno circa) in una struttura convenzionata, in cui si passa la maggior parte dei giorni feriali esattamente come un dipendente, senza compenso alcuno.
In seguito, per ottenere la qualifica di psicoterapeuta, nel corso dei quattro anni è indispensabile continuare il tirocinio, sebbene con richieste inferiori in termini di tempo rispetto all’università. Cinque anni in totale di lavoro (poiché di lavoro si tratta) senza nessun compenso né rimborso spese, anche se per onestà intellettuale ammetto che molte riunioni di équipe sono state istruttive e stimolanti, nel mio caso.

Dal momento che un tirocinio, per sua natura, implica l’investimento di risorse e competenze specifiche e coerenti con il contesto, è fuor di dubbio non considerarlo un lavoro. Ma se anche lo si vuole considerare un periodo-ponte tra la didattica e la professione, va considerato allora volontariato proprio per la sua assenza di compenso.

 

..arriviamo quindi al nucleo di questa riflessione..

 

Anteposto che l’importanza del nostro lavoro e la sua efficacia protettiva e terapeutica per la collettività è ben visibile in particolar modo in occasioni come quella creatasi dalla pandemia di Coronavirus, che sta creando isolamento, frammentazioni dei contatti umani, distress severo e purtroppo anche perdita di lavoro e di stabilità economica, sono dell’idea che presentare interventi di sostegno e riabilitazione pensando di esentarsi da una riflessione economica sui costi e sulla sostenibilità di una tale scelta sia miope, svalutante e non utile.

In prima istanza per il fatto che la gratuità delle prestazioni produce una appetizione di natura sociale tale per cui “non solo chi mi ascolta non sta facendo nulla di complicato e per questo non deve essere pagato, ma ho il diritto di pretendere che la salute mentale sia ubiqua, sempre a disposizione e confacente alle mie aspettative”.
In secondo luogo per la semplice constatazione che una eventuale mancanza di domanda non può essere risolta attraverso fornitura gratuita di tempo e risorse, nella speranza che i pazienti comprendano il valore tangibile di uno spazio di pensiero tutelato, di una progressiva riduzione dei sintomi gravi, del recupero del funzionamento sociale e lavorativo pensando che un domani la riconoscenza spingerà il prossimo a riconoscere i nostri sforzi convertendo la stima in denaro.

Abbiamo il dovere morale ed etico di rispondere, con gli strumenti a nostra disposizione, alle richieste di aiuto di chi soffre ed ora si trova isolato e in difficoltà, ma questo non può prescindere dal fatto che se proprio è importante e indispensabile accogliere il dolore e la disperazione è altrettanto imprescindibile legittimare e valorizzare tutti gli operatori della salute mentale per il lavoro che svolgono e per l’impegno profuso ogni giorno.

 

Possiamo farcela? Credo proprio di sì.


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